L’età romana e altomedievale
Diversi sono i casi di necropoli di piccole e medie dimensioni rinvenute in passato, di età romana e longobarda, testimonianza diretta di altrettanti abitati. Possiamo citare la necropoli, composta di una quarantina di inumati e riferibile al II-III sec. d.C., presso la chiesa di Montevaccino; le tombe di età romano-imperiale presso la vicina località di Meano, mentre molti altri oggetti appartenenti a corredi funebri di età genericamente romana provengono da Cortesano; altre tombe furono trovate ad Albiano, presso la chiesa di S. Antonio. Rinvenimenti casuali effettuati in passato documentano, seppur in maniera piuttosto vaga, un’importante presenza romana nel territorio di Civezzano, che era attraversato dalla via Claudia Augusta Altinate, o da una diramazione della stessa verso Trento.
Gli albori dell’attività metallurgica e l’estrazione mineraria in Trentino
La zona del Monte Calisio riveste una notevole importanza già dagli inizi dell’attività metallurgica in Trentino sia per il rinvenimento di tracce di forni fusori ascrivibili alla prima metallurgia in Trentino (Riparo Gaban, Castel Vedro) sia per il ruolo che tale area poteva fungere come asse di scambio della materia prima tra le zone di estrazione e di lavorazione del minerale di rame del Trentino orientale e la Val d’Adige. Quest’ultimo aspetto è attualmente oggetto di approfondimento e potrà essere meglio evidenziato con l’intensificazione delle ricerche. Nella zona del Calisio l’inizio della metallurgia, indicato con l’età del Rame (2.500-1.800 a.C.), è testimoniato da alcuni reperti fittili e da abbondanti scorie di fusione, nonché dal rinvenimento di un forno fusorio, a Castel Vedro. Al Riparo Gaban vi sono livelli di frequentazione relativi all’utilizzo del riparo da parte di gruppi umani nella tarda età del Rame, per attività metallurgiche e fusorie. Attorno alla fine del III e all’inizio del II millennio essi avevano costruito, addossato al riparo, un edificio con strutture in parte murarie a secco ed in parte lignee, all’interno del quale sono state rinvenute abbondantissime scorie residue della fusione di minerali di rame. Sono anche documentate chiaramente, tracce di forni fusori. Pur senza elementi probanti, non si può escludere che tale minerale sia stato estratto da locali affioramenti mentre è comunque assodata la provenienza dai giacimenti della Valsugana e della Val dei Mocheni.
Siti e rilevanze archeologiche dell'Altipiano dell'Argentario
Il Monte Calisio (1096 metri s.l.m.) e l’altopiano che si estende a nord, per la sua posizione topografica e le sue caratteristiche morfologiche, ha assunto nei secoli il ruolo di luogo di transito e scambio economico-culturale tra la più importante via di comunicazione della regione, la valle dell’Adige, un tramite che collega il comparto centrale della Pianura Padana con il cuore della catena alpina e la Valsugana, importante sbocco verso oriente. Le evidenze archeologiche finora individuate nei dintorni del Calisio, testimonianze comunque di una conoscenza parziale, suggeriscono una “lettura” delle modalità di antropizzazione che va analizzata nel complesso di una fitta rete di interrelazioni culturali ed economiche con il territorio limitrofo. Numerose sono le attestazioni archeologiche che interessano la zona del Monte Calisio anche se in nessun caso denunciano un esplicito collegamento con l’attività mineraria e, in particolare, con l’estrazione delle mineralizzazioni argentifere. Va in ogni modo fatto notare che, accanto ai numerosi ritrovamenti casuali di singoli o pochi oggetti decontestualizzati appartenenti ad un ampio spettro cronologico, dalla preistoria all’altomedioevo, le ricerche sistematiche, condotte con moderne metodologie, sono limitate al sito di Riparo Gaban, agli scavi presso Civezzano (chiesa di S. Maria Assunta, loc. Sottocastello e loc. Sorabaselga) e Fornace. Il sito più importante compreso nel territorio del Calisio è attualmente il Riparo Gaban. E’ situato in località Piazzina di Martignano, in una valletta posta sulle pendici occidentali del Monte Calisio, rilevata di circa 80 metri sul fondovalle attuale. Ad ovest è limitata dal Dos Castelet (281 metri s.l.m.) che nasconde l’ampio aggetto alla vista di chi guarda dalla piana atesina. Il Riparo è costituito da un’ampia arcata della lunghezza di una sessantina di metri, ricavata nella Formazione del Rosso Ammonitico Veronese, dell’altezza di circa 10 metri e della profondità di 6 metri. La scoperta del sito è avvenuta nel 1970 nell’ambito dell’attività di ricerca paletnologica del Museo Tridentino di Scienze Naturali, ed è proseguita con campagne di scavo susseguitesi pressoché ininterrottamente fino al 1985 mettendo in luce una delle più importanti serie stratigrafiche dell’area alpina. La successione di livelli di occupazione rappresenta buona parte della sequenza culturale locale, un excursus cronologico di circa 5500 anni, dal Mesolitico antico, caratterizzato da un’economia di caccia e raccolta ad opera di piccoli gruppi di cacciatori semisedentari, al Neolitico, con l’introduzione delle tecniche dell’agricoltura e dell’allevamento fino all’insorgere dell’uso dei metalli con l’età del Rame, l’età del Bronzo Antico e Medio. Altre presenze umane riferibili al Mesolitico antico sono documentate dal ritrovamento di alcuni manufatti in selce rinvenuti in superficie. In particolare la località di Castel Vedro di Civezzano e presso un fondo attiguo all’attuale via Murialdo, hanno restituito alcuni reperti diagnostici di questa cultura, come grattatoi e microliti geometrici. Altri rinvenimenti di industria mesolitica, consistente in alcune lamelle e nuclei, sono stati rinvenuti nella frazione di Seregnano, in località Gini, in un fondo paludoso delimitato dal rivo “Sotto Pontara”. Altri reperti di probabile attribuzione mesolitica sono stati segnalati in prossimità del Lago di S. Colomba. Proseguendo con un criterio di esposizione cronologica dei dati, i recenti scavi archeologici in loc. Sorabaselga documentano dal Neolitico medio, nell’ambito della cultura dei “vasi a bocca quadrata” (III-IV millennio a.C.), attraverso l’età dei metalli e fino all’epoca rinascimentale, una continua e reiterata opera di apporto di ciottoli e di canalizzazione delle acque superficiali, allo scopo di bonificare una debole depressione valliva del versante, soggetta a ristagno idrico per l’emergenza di una locale falda idrica. Quest’area doveva essere prossima ad un abitato la cui ubicazione non è a tutt’oggi conosciuta con precisione.
